la PREISTORIA

Lungo la strada che da Castelvenere conduce a Guardia Sanframondi, nel secolo scorso c’era una tortuosa strada di campagna detta "Via Vallone" che ora, ampliata e pavimentata, è chiamata "Via Scavi". Qui ,il 10 Marzo 1898,un gruppo di fedeli del luogo iniziarono a scavare, convinti di trovare i resti di un convento mai esistito. Invece trovarono: lucerne, mattoni, oleari appartenenti ad epoca romana nonché dei cocci spettanti all’arte greca ed etrusca. Inizialmente i fedeli non si resero conto dell’importanza della scoperta e scambiarono i frammenti di ossa di animali per scheletri di santi; una effige di carta comparsa tra le macerie, fece aumentare la passione popolare: alcune donne giurarono di aver visto l’immagine della Madonna. Sul posto, alcuni anni dopo, è stata eretta una chiesa dedicata alla "Madonna della Seggiola". Gli scavi proseguirono e furono scoperte quattro fila di pali conficcati verticalmente nel terreno, uniti tra loro da rozze traverse orizzontali che davano l’idea di una antichissima abitazione; le pareti erano formate da frasche di quercia, di olmo, di felce tenute insieme dall’argilla. Erano i resti di una costruzione a palafitta dell’era neolitica preistorica. Inoltre furono rinvenute armi in silice, coltelli, punte di frecce ,di lancia e resti di scheletri umani e di animali. Alcuni anni prima, nel 1882, un contadino aveva fatto altra analoga scoperta in località "Preta S.Angelo", nei pressi di una grande roccia chiamata "La Leonessa", perché, vista da lontano sembra assumere i lineamenti di un fiero animale. Sotto una grande lastra di tufo venne alla luce un sarcofago; in un angolo un vaso in cui erano contenuti una lancia di bronzo e frammenti di ossa. Il materiale ritrovato era da farsi risalire all’età del bronzo. Altra scoperta di oggetti preistorici, risalenti all’età del ferro, veniva fatta poi, sempre in territorio di Guardia Sanframondi, nei pressi della Cappella di S. Antonio Abate. Qui furono rinvenuti: una punta di lancia di ferro, un coccio, due fusaiole, alcuni pezzi di ossa umane e oggetti di bronzo i quali indicavano un periodo di passaggio dall’era del bronzo a quella di ferro. Lance silicee sono state trovate nei pressi di Civitella; a Solopaca furono trovati un coltello di selce bianca, accette, lisciatoi; a Castelvenere frecce e fionde, mentre a Guardia Sanframondi furono scoperte delle accette di diorite dalla forma ovale. Poiché queste pietre sono del tutto estranee al territorio telesino, si pensa che gli abitanti del posto le portarono con sé da altre contrade, oppure ne fecero oggetto di scambio con i popoli limitrofi. Inoltre, ricerche effettuate hanno dimostrato che l’uomo primitivo, in questa zona, era bravo nell’arte di levigare la pietra e nell’arte della ceramica. Da ciò si deve dedurre che la valle telesina, fin dalla preistoria ed almeno a partire dall’età neolitica, è stata sempre abitata dall’uomo.

i SANNITI

La leggenda ce li presenta diretti discendenti dei Sabini i quali, durante una "sacra primavera", avrebbero inviato un gruppo di giovinetti in cerca di nuova dimora. Un toro selvatico, consacrato al dio Marte, fece loro da guida e li condusse nel paese degli Osci, posto nella pianura a levante del Monte Matese, presso la sorgente del fiume Titerno. Qui si stabilirono e, per buon augurio, sacrificarono a Marte il toro condottiero ed in suo ricordo chiamarono Boviano il luogo dei loro raduni. Di qui la capitale dell’antico Sannio. La primavera sacra ( ver sacrum ) era un’usanza primitiva, secondo la quale, bisognava offrire in precedenza agli Dei tutto quanto nascesse nella primavera successiva, frutti, animali, figli e figlie, quale dono per una mancata sciagura. Successivamente i bambini vennero esclusi dal diretto sacrificio, ma coloro che nascevano nella infelice primavera, erano comunque consacrati al dio e, appena divenuti adolescenti, venivano mandati in altre contrade con l’impegno di fondare, nei paesi che conquistavano, nuove sedi per le loro divinità. I Sanniti di Boviano si chiamarono "Pentri" e col tempo, aumentando di numero, si sparsero nei dintorni. Alcuni si stabilirono sui monti d’Abruzzo e diventarono "Caraceni", uomini delle rocce; altri nella valle del Calore e divennero "Caudini"; una colonia, sotto l’insegna dell’uccello di Marte (il pico), assunse il nome di "Picentini". Altri, durante il cammino per la ricerca di un nuovo territorio, incontrarono un lupo che li condusse e scortò per tutto il percorso. Poiché nella lingua osca il lupo era detto "Irpo", i Sanniti di questa colonia da allora assunsero il nome di "Irpini" e si stabilirono lungo le falde orientali del Taburno. Il mito parla poi di Diomede, figlio di Tideo, il quale, di ritorno dalla guerra di Troia, dimorò in queste terre e fondò le più grandi città del Sannio. Fin qui la leggenda, ma la storia, in fondo, non è poi tanto diversa.

                                                    i ROMANI

Tra gli scrittori e gli storici più antichi che si occuparono dei Sanniti c’è sempre stata una certa discordia intorno al problema delle origini della stirpe sannitica ed in particolare sul rapporto originario tra Sanniti ed Osci. Il fatto che la lingua ufficiale dei Sanniti era la lingua osca, poteva far pensare che i due popoli appartenessero alla stessa stirpe. E’ opinione ormai diffusa, tra gli scrittori antichi e tra i moderni, che i Sanniti furono un popolo di origine sabinica ed è concorde giudizio che gli stessi non possono essere considerati come i possessori primitivi del paese che abitavano allorché compaiono per la prima volta nella storia, ma come immigrati in esso. I Sabini, alla ricerca di un nuovo territorio, si diressero verso l’Appennino e si imbatterono negli Osci, impadronendosi delle loro terre ed assimilandone gli usi ed il linguaggio.; col tempo, crebbero di numero, fecero nuove conquiste e si fusero con gli Osci stessi creando il nuovo popolo Sannita. Resta da stabilire chi siano stati i progenitori degli Osci e dei Sabini. Secondo il Ciarlanti i primi abitatori dell’Italia, condotti a più riprese da Noè e anticamente denominati "Aborigeni", sarebbero stati i progenitori degli Osci e Sabini e quindi dei Sanniti. Furono detti Aborigeni poichè non era chiara la loro remota origine ed infatti il termine, dal latino "absque origine", significa di ignota provenienza. Per il Mommsen, invece, che fondava la sua ricerca soprattutto sull’esame comparativo delle lingue indigene delle diverse stirpi, i gruppi sabellici sarebbero derivati da un ramo comune che abbracciava contemporaneamente gli antenati dei Greci e degli Italici, i quali a loro volta si divisero in stirpi latine ed umbro-sabelliche, da cui poi scaturirono i Sanniti. Questi appartenevano allo stesso ramo dei Latini e mentre costoro si erano insediati nella pianura del Lazio, la parte sabellica si era inoltrata tra le montagne dell’Appennino. Verrebbe così confermata anche la tradizione e la leggenda che parlavano di un gruppo sabellico trasferitosi, attraverso le montagne, fino al Matese ove infine si era definitivamente insediato. Per ciò che attiene poi agli Ausoni, se cioè essi fossero gli stessi Sanniti oppure un popolo distinto e diverso, si deve ritenere che tale denominazione era attribuita dai Greci a tutti i popoli che abitavano allora la Campania, a prescindere dalla loro origine, ed era l’equivalente dell’odierno "Campani". Quindi non solo i Sanniti, ma anche gli altri popoli, in quanto abitanti della Campania, furono chiamati Ausoni e questa denominazione si estese a tutta l’Italia che fu chiamata "Ausonia". I Sanniti furono, agli occhi dei Greci, coloro che si distinguevano dagli altri popoli per la loro particolare laboriosità. Il territorio in cui i Sanniti vissero ed operarono fu enorme e si estendeva dal fiume Sangro, lungo quasi tutto il corso del Volturno, per buona parte dell’Appennino centro meridionale, dai Monti d’Abruzzo fino ai Monti Picentini, mentre a levante toccava i confini della Puglia ed i limiti delle terre di Ancona. Delle molte città che fecero parte dell’antico Sannio, alcune conservano ancora il nome originario, altre sono scomparse e ne restano solo le rovine. Le più famose furono "Boviano" (Boiano), "Albino" (Avellino), "Allife" (Alife), "Caudio (Arpaia), "Eclano" (Mirabella Eclano), "Esernia" (Isernia), "Istonio" (Vasto), "Malvento" (Benevento), "Sepino" (Sepino), " Telesia" (Telese). Gli abitanti del Sannio furono un popolo dalle caratteristiche eccezionali. Il loro valore in guerra fu riconosciuto da tutti, prima dai Romani i quali furono sconfitti più di una volta e solo dopo una lunga guerra riuscirono a piegarli. I Sanniti Pentri, che vivevano tra le alte montagne del Matese, erano considerati "i più possenti". Tutti poi furono ritenuti bellicosi e fortissimi. Virgilio li chiamava "aspri", Livio li definisce "Fortissimi, feroci, pertinaci nel combattere". Essi sottomisero Capua, Cuma, Abella, Nola, Pompei ed altre città campane; ebbero come emblema un toro che simboleggiava il valore e la forza guerriera. Adorarono Marte (che chiamavano) Mamerte, Dio della guerra, Cerere Dea delle messi, Diana, Venere, Bacco, Dei legati alla campagna ed ai prodotti della terra. Conoscevano l’arte di coniare il rame, avevano una propria moneta per i traffici ed il commercio con i popoli vicini: non era dunque un popolo di rozzi montanari. Si rese inevitabile la lotta con Roma: non era la solita guerra attuata dai romani per assoggettare un popolo vicino debole e indifeso, ma si trattava di uno scontro fra due potenze rivali che gareggiavano per il primato italico. L’una si era insediata nel Lazio e mirava all’espansione nel resto d’Italia, l’altra predominava in Campania e nel Sannio e non accettava le mire di Roma a diventare la padrona della penisola. Il popolo sannita seppe opporsi fieramente all’arbitrio dell’aggressore e combattè fino all’ultimo per difendere la propria libertà. Uno dei motivi principali della sconfitta fu la mancanza di unità politica tra le varie tribù sannitiche, in quanto nel Sannio non vi era uno Stato unitario, ma una Confederazione di Stati separati ed in continua lotta fra di loro, poiché ognuno tendeva a primeggiare sull’altro. L’odio profondo che i Sanniti nutrirono verso Roma trovava le sue ragioni nel diritto naturale e sacrosanto di questo popolo alla propria sopravvivenza messa continuamente in pericolo dall’aquila romana. I popoli vinti erano sottoposti alle peggiori angherie da parte dei romani: venivano gravati di enormi tributi e a volte le città, per pagare le tasse, dovevano vendere i pubblici edifici e le statue, i genitori vendevano schiavi i loro figli perché i debitori inadempienti potevano essere sottoposti alla tortura della ruota. Il denaro e i beni che affluivano dalle terre conquistate creava all’interno di Roma esagerata ricchezza: i ricchi romani disdegnavano di mangiare cibi prodotti in Italia, poiché affermavano che erano adatti soltanto ai plebei; si cibavano invece di pavoni di Samo, storioni di Rodi, gallinacei della Frigia, tonno da Calcedone ed ogni pranzo di riguardo di qualunque patrizio romano non era mai inferiore alle cinquanta portate. Le cariche politiche venivano acquistate normalmente con denaro ed in questo periodo denso di corruzione, di scandali, di lusso sfrenato all’interno di Roma, Silla faceva trucidare nel Campo Marzio ottomila prigionieri sanniti per il solo motivo, come lui stesso spiegava, che gli avrebbero arrecato meno fastidio da morti che da vivi. In questo contesto bisogna inquadrare le motivazioni ed i presupposti che portarono all’odio profondo tra i due popoli ed alle interminabili lotte che furono definite "Guerre Sannitiche". Stando a Livio, la prima guerra sannitica scoppiò allorchè i Sidicini di Teano, aggrediti dai Sanniti, chiesero aiuto a Capua ed altre città campane, il cui esercito, però, fu battuto dai Sanniti. I Campani, allora si rivolsero a Roma che intervenne. I romani vinsero le prime battaglie, ma l’anno successivo, a causa di una sollevazione dell’esercito romano, i vincitori si videro costretti a stipulare la pace con un trattato che, nel 341 a. C., poneva termine alla prima guerra sannitica. In conseguenza di ciò i Sanniti presero parte, quali alleati dei romani, alla guerra contro i Latini e i Campani. L’alleanza, però, non durò a lungo, tanto che nel 326 a. C., a causa dell’aiuto fornito dai Sanniti alle città greche di Palepoli e Napoli, in guerra coi Romani, scoppiò la seconda guerra sannitica che si protrasse, con alterne vicende, dal 326 al 304 a. C. Dopo una prima vittoria dei Romani, i Sanniti affidarono il comando del loro esercito a Caio Ponzio Telesino figlio di Didimia e di Erennio valoroso generale. Sia Erennio che il figlio Caio Ponzio erano originari di Telesia; quest’ultimo organizzò l’esercito e lo accampò in tutta segretezza nei pressi di Caudio, in una gola tra il Monte Taburno ed il Monte Tifata, ove scorre il fiumicello Isclero affluente del Volturno. Fece travestire dieci soldati con abiti da pastori e ordinò loro di portarsi, col gregge, in prossimità del nemico che si trovava presso Caiazzo; se venivano catturati avrebbero riferito che l’esercito sannita si trovava sopra Lucera di Puglia ed era quasi sul punto di conquistarla. Il piano riuscì e i romani partirono in soccorso degli alleati Lucerini, scegliendo, anzicchè la strada lunga ma sicura verso il Mare Adriatico, la più breve di Caudio. Le gole di Caudio erano formate da una serie di montagne e per arrivarci bisognava attraversare uno stretto passaggio all’entrata ed uno identico all’uscita; pertanto, una volta che un esercito vi fosse penetrato, bastava chiudere i due passaggi perché rimanesse intrappolato. E’ proprio ciò che avvenne all’esercito romano. I Romani, dopo aver tentato inutilmente ogni via di uscita, inviarono messaggeri a chiedere onorevoli condizioni ma il generale Caio Ponzio rispose che tutti dovevano considerarsi suoi prigionieri e sottopose i romani all’umiliazione del "giogo". Prima i Consoli, spogliati delle insegne consolari, "quasi mezzo ignudi", poi gli altri ufficiali e, infine una per una le legioni, dovettero passare sotto il cunicolo formato dalle lance incrociate dell’esercito sannita, tra lo scherno e le minacce di morte dei vincitori. Questo luogo verrà ricordato come "Le forche Caudine". In seguito, anche l’esercito sannita provò l’umiliazione del "giogo": continuò così la guerra con alterne vicende e si giunse all’anno 298 a. C. che, per alcuni, dovrebbe coincidere con l’inizio della terza fase delle lotte tra Romani e Sanniti. La III guerra ebbe il momento fatale per i Sanniti nella battaglia di Sentino: i Sanniti erano riusciti a trarre dalla loro parte gli Etruschi, i Galli e parte dei Lucani, ma l’esercito romano ebbe la meglio. I Sanniti, battuti, si ritirarono nel Sannio. Durante questa fase di guerra, Caio Ponzio, fatto prigioniero e trascinato a Roma in catene fu poi decapitato nel carcere Mamertino.